Analisi del contesto socio economio e culturale el progetto Cultlab

Il fenomeno delle start-up in Italia

di Giorgio Calcagnini e Giorgio Mangani

 

L'attenzione per il fenomeno delle start up innovative ha avuto una forte accelerazione in Italia negli ultimi due anni, probabilmente in conseguenza della constatazione del ritardo del Paese e di  molti dei suoi tradizionali settori e distretti produttivi nell'innovazione di prodotti e processi necessari alla competizione a scala globale.

Trattandosi di un fenomeno ancora poco censito ed analizzato con sistematicità, anche per il suo frequente carattere di informalità, gli studi non consentono di avere dati esaustivi.

È comunque significativo rilevare (cfr. l'analisi proposta nel 2012 dalla Fondazione italo-americana "Mind the bridge" di San Francisco, Startups in Italy. Facts and trends, Survey 2012) che questo genere di imprese dimostra scarso interesse per la localizzazione della propria attività, trattandosi prevalentemente di progetti attivi sul web (49%) o nella ICT (21%), esprimendosi piuttosto per una location che possa essere in grado di favorire contatti strategici per lo sviluppo delle fonti di finanziamento (seed capital o venture capital) e per il perfezionamento del progetto sotto il profilo tecnologico o industriale.

Dal che si deduce che, oltre al problema dell'insufficienza di apporti di capitale, gli startuppers italiani sentono sopratutto il bisogno di quello che è stato definito un "ecosistema imprenditoriale di successo" capace di sostituire la funzione svolta negli anni Settanta/Ottanta dal sistema dei distretti produttivi nel settore dell’industria manifatturiera.

 

Se si analizza, più nello specifico, il campo delle start up  del settore cosidetto "Culturale e Creativo" italiano, il discorso di complica ulteriormente per alcune caratteristiche della produzione culturale in Italia di cui ha parlato Pier Luigi Sacco (con Christian Caliandro) nel suo Italia reloaded. Ripartire con la cultura (2011).

L’analisi di Sacco e Caliandro cerca di analizzare le criticità della produzione culturale italiana, impantanata, secondo loro, in una sorta di “intrattenimento di qualità” e intesa prevalentemente come sfruttamento economico del patrimonio storico disponibile.

Il gap individuato dall’economista è l’assenza di una nuova produzione culturale, magari integrata con le rilevanti tradizioni culturali nazionali (artistiche, artigianali, manifatturiere, spesso connesse a quelle che vengono definite da Robert Putnam (1994) le “virtù civiche” locali), affine all’economia della conoscenza. Produzione culturale ed economia della conoscenza sembrerebbero così muoversi l’una verso l’altra, confermando un trend che vede tendenzialmente la cosiddetta “economia culturale” sostituirsi alla “economia della cultura” (cioè le modalità per mettere a valore economico alcune attività culturali): un sistema economico rivolto a pensare prodotti capaci di dialogare con i meccanismi profondi della coscienza e dell’identità individuale dei consumatori, piuttosto che a soddisfare bisogni, trasformandoli in prodotti “culturali”.

Ne è emersa un’attenzione nuova, anche da parte del mondo produttivo, per la cultura, non più intesa solo come attività no profit da sponsorizzare, o da rendere profittevole in sé ottimizzandone il marketing, ma come luogo avanzato di sperimentazione di nuove esperienze utili per favorire l’innovazione a tutto campo.

Tra il 2006 e il 2012 molti studi, dal rapporto Unesco Understanding Creative Industries, al White Book on Creativity italiano del 2009 coordinato da Walter Santagata (Politecnico di Torino), al Green Paper. Unlocking the potential of cultural and creative industries (2010) della Commissione Europea, il tema del rapporto strategico tra consumo culturale, industria creativa e sviluppo dei territori, oltre alla considerazione nuova del peso di questo comparto nel Pil complessivo dell’Unione (calcolato nel 4,5%), è stato ampiamente approfondito motivando un più deciso investimento europeo in questo campo con il nuovo programma "Europa creativa" 2014-2020.

Nel 2012 e poi nel 2013 e 2014, i rapporti annuali proposti dalla Fondazione Symbola hanno messo infine in evidenza, sulla base di una diversa analisi dei dati statistici rivolta a rendere più evidenti gli aspetti creativi e innovativi di attività considerate normalmente più tradizionali, come la produzione di videogiochi, la cosidetta "produzione di stile" dell'artigianato (nella quale sono stati classificati per esempio la produzione di vini o di ristorazione), il consistente apporto del settore culturale e creativo al Pil italiano (nel 2011 per 75,8 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 5,4% del totale; confermato nel rapporto 2013, riferentesi al 2012, a 75,5 miliardi, e in quello 2014, riferentesi al 2014, per 80 miliardi, pari al 5,7% dell’economia nazionale).

Gli anni 2010-2013 hanno registrato un forte incremento di interesse per questo genere di attività e per politiche di sostegno all'innovazione che hanno visto anche l'adozione di una nuova normativa sulle start up, promossa dal cosiddetto Decreto Sviluppo, poi convertito nella legge 179 del 2012. La nuova normativa definisce i requisiti di una start up innovativa, ne delimita i campi di azione individuati nella assistenza sociale e sanitaria, nell'educazione, istruzione e formazione, tutela dell'ambiente, valorizzazione del patrimonio culturale, turismo sociale, formazione universitaria e postuniversitaria, servizi culturali, formazione extrascolastica, servizi strumentali alle imprese sociali.

La norma precisa anche le funzioni di un Incubatore di start up, crea un registro speciale per le start up innovative presso le Camere di commercio, prevedendo alcune agevolazioni in deroga al diritto societario.

Interesse per le start up innovative hanno espresso negli ultimi anni anche numerose istituzioni e fondazioni italiane, cui si debbono programmi di sostegno riservati alle idee d'impresa particolarmente innovative o dedicate alla promozione sociale, alla valorizzazione  del patrimonio e del turismo culturale.

Tra queste iniziative il progetto Culturability (poi Unipol Ideas) della Fondazione Unipolis, che seleziona annualmente 10 idee d'impresa per l'innovazione sociale e il progetto IC - Innovazione culturale della Regione Lombardia promosso con la Fondazione Cariplo, che finanzia circa 12 progetti di imprese culturali e creative ogni anno.

Sul piano qualitativo, dall'analisi emerge che le maggiori difficoltà si registrano nella scarsa capacità manageriale degli startuppers e nell'assenza di un solido modello di business, trattandosi di persone che hanno prevalentemente interessi culturali o artistici e una formazione umanistica, la difficoltà di dialogo con le istituzioni, la scarsa conoscenza delle modalità per accedere ai bandi europei.

L'analisi economica delle start up culturali e creative, tuttavia, non tiene sufficientemente conto di alcune questioni centrali della produzione culturale italiana che ci riportano alle considerazioni proposte da Sacco nel suo libro.

Come già chiaro alle start up innovative operanti sul web e nella  ICT, che registravano tra i fattori più negativi l'assenza di un "ecosistema imprenditoriale", l'ambiente delle start up culturali e creative sconta una arretratezza del sistema culturale e turistico italiano, aggravatasi negli ultimi due anni dal taglio dei finanziamenti e dalla flessione dei consumi culturali, calati per la prima volta da decenni.

Per quanto, infatti, una start up culturale possa produrre un piano produttivo e un business plan attendibile, essa opera prevalentemente in un settore di servizi di nuova generazione che stenta a svilupparsi nelle condizioni date, nonostante le forti potenzialità di sviluppo che emergono da tutte le analisi.

Un’impresa innovativa che intenda sviluppare servizi connessi alla cultura ed al patrimonio culturale non può dunque prescindere da una politica culturale territoriale in grado di sviluppare in forme efficaci la produzione e il consumo culturale perché si possa sviluppare un indotto di servizi capace di costituire un trend incrementale di un mercato altrimenti asfittico, e anche per favorire un contesto favorevole, capace di essere attrattivo per i talenti creativi; quella che Walter Santagata (economista del Politecnico di Torino, fondatore di una importante scuola di economia culturale, recentemente scomparso) aveva chiamato “atmosfera creativa”; in definitiva il correlato di quell’ “ecosistema” territoriale richiesto dalle imprese innovative attive nei settori del web e dell’ICT.

Impresa e Cultura nelle Marche

L’opinione che la futura competitività dei nostri sistemi regionali e del sistema paese nel suo complesso sia legata alla capacità di innovare è oramai largamente condivisa. Capacità di innovare non solo da parte delle imprese esistenti, ma anche capacità del sistema di creare nuove imprese innovative. Diversamente dalla concezione tradizionale secondo la quale il concetto di innovativo si applica prevalentemente al settore manifatturiero, oggi è sempre più probabile pensare a startup innovative anche in settori diversi come quello dell’offerta di servizi (turismo e cultura, formazione, ecc.). La stessa Commissione Europea ha ribadito che la creazione d’impresa innovativa dovrà essere una priorità in tutti gli Stati membri, nella programmazione 2014-2020, per favorire competitività, crescita e occupabilità, specialmente per i giovani.

Nell’ultima rilevazione di Unioncamere (23/6/2014) sono 2.221 le imprese startup in Italia. Di queste solo 92, poco più del 4%, sono localizzate nelle Marche.

Avviare un programma di azioni combinate tra la regione e gli attori non tradizionali potrebbe pertanto portare ad importanti risultati economici, in termini di maggiore ricchezza ed occupazione.

Le Marche sono una regione con un patrimonio storico-culturale di grande valore, con un sistema di borghi storici di alta qualità, una intensa produzione culturale e di spettacolo locale ed un sistema insediativo a carattere diffuso.

365 i musei catalogati nel portale della Regione Marche, 258 le biblioteche, con esempi di grande valore soprattutto nel campo della conservazione del patrimonio librario storico, 82 teatri storici (ed altri nove moderni), in buona parte recuperati con ingenti investimenti negli anni Ottanta.

Sono anche una regione che ha registrato una tardiva e veloce industrializzazione negli anni Settanta/Ottanta del secolo scorso, oggi alle prese con i problemi di tutte le imprese italiane, con ancora buone performances di esportazione.

Il modello culturale manifatturiero marchigiano, come hanno rilevato gli studi storico-economici, ha ereditato in qualche modo i caratteri antropologici della agricoltura mezzadrile, attiva nelle Marche dal Trecento, connotandosi per uno spiccato individualismo, una vocazione al cosiddetto “self-help”, una decisa integrazione con i contesti locali diffusi.

Si tratta di caratteri antropologici consolidati molto simili al profilo che gli studi rilevano nel mondo degli startuppers: innovatori, individualisti, un po’ anarchici e per un certo verso “familisti” quanto a raccolta del capitale. Un carattere che certamente contribuisce a creare nelle Marche uno dei requisiti di una adeguata “atmosfera creativa”.

La forte vocazione manifatturiera marchigiana tende tuttavia a fare da freno ai processi di tendenziale “smaterializzazione” dei prodotti in atto, verso produzioni a maggiore intensità di tecnologia e a carattere “culturale” nel senso sopra accennato.

Un sintomo di questo carattere è rilevabile nelle modalità che la Regione Marche ha adottato nella progettazione di un nuovo modello distrettuale, quello del cosiddetto “Distretto Culturale Evoluto” (DCE), avviato nel 2013, sulla scorta delle teorie di Pier Luigi Sacco, sostenendo per oltre due milioni di euro una dozzina di progetti sperimentali che vedono la cultura come possibile motore di nuovo sviluppo.

Questi progetti puntano a contaminare con le forme della progettazione culturale le attività produttive tradizionali della regione, anche con occasionali collaborazioni di imprese, ma si pongono obiettivi di breve termine (tre anni 2013-16) per lo sviluppo di nuovi posti di lavoro.

Inoltre, in molti casi, il collegamento stretto con attività produttive tradizionali, piuttosto che prefigurare nuovi modelli culturali di produzione, tende a sviluppare forme di resilienza di comparti produttivi ancora attivi oppure in transito verso la “maturità”.

Gli studi sulle città creative (Andersson, Andersson, Mellander, Handbook of Creative Cities, 2011) confermano che, per quanto la dimensione urbana e metropolitana sia preferibile per questo genere di networking, si possono ottenere buoni risultati anche nell’ambito di aree cluster, ma a determinate condizioni: cioè garantendo

  • una attitudine generalizzata alla sperimentazione,

  • una versatile composizione di competenze,

  • una adeguata dotazione finanziaria per la ricerca, l’imprenditorialità e la cultura.

Un ulteriore elemento che gli studi rilevano è la difficoltà di conciliare programmi di sviluppo a innovazione creativa con il breve termine e la tendenza di questo genere di modello produttivo a modificare sensibilmente gli equilibri sociali consolidati per il forte dinamismo che esso imprime ai territori, anche per il carattere di tendenziale instabilità che lo caratterizza.

Il progetto dell’Incubatore dovrà quindi garantire occasioni periodiche di incontro tra il mondo imprenditoriale, quello dei possibili investitori e i latori delle idee impresa selezionate, prevedendo anche possibili itinerari di corporate start ups laddove le imprese tradizionali intendessero promuovere lo sviluppo di segmenti produttivi connessi alle proprie competenze e ai propri interessi stategici in direzione del culture driven development.

La fase del progetto dedicata alla sperimentazione di possibili convergenze tra imprese esistenti e start up, sostanzialmente le due fasi preliminari previste dal bando (Sensibilizzazione e Progetti Cultura/Impresa), ha due tipologie di percorso che il progetto intende praticare parallelamente.

La prima è creare un cono di luce tra le imprese esistenti e realtà cosidette culturali (spesso non imprese) capace di mettere a fuoco possibili opportunità di sviluppo che possano derivare dalla integrazione tra la creatività culturale e la progettazione di una nuova generazione di prodotti, capaci di dare una risposta, o intercettare una domanda implicita, al nuovo mercato dei beni che dialogano con le identità profonde dei consumatori.

Come è noto, infatti, la globalizzazione e i mutamenti profondi dei sistemi di comunicazione hanno modificato in profondità i mercati, che si sono fortemente segmentati lungo filiere di prodotti che richiedono la capacità di interagire con i loro potenziali acquirenti in forme duttili e personalizzate piuttosto che essere una risposta ai loro bisogni standardizzati.

Il nuovo mercato ha così sostituito, per così dire, i desideri ai bisogni, trasformando la produzione e commercializzazione delle merci in forme che sembrano sempre più coincidenti con i meccanismi profondi della produzione culturale: come per esempio, la narrazione, l’esperienza estetica, l’”aura” che per Walter Benjamin era un requisito specifico dell’opera d’arte, l’interattività, l’emozione. Tutti fattori che hanno favorito una più forte integrazione tra imprese e codici culturali, forse nelle Marche sperimentata in maniera meno consistente che altrove, nonostante la presenza di segmenti produttivi come la moda, il mobile, il food.

Esiste tuttavia un altro campo di azione che è quello della contaminazione reciproca dei modelli di proposta culturale che può favorire una crescita creativa delle imprese propriamente culturali, rendendole più capaci di dialogare con il mondo del mercato, spesso considerato prevalentemente come un semplice finanziatore.

Questo segmento di attività può tradursi nella sperimentazione di contaminazioni tra tecnologie e servizi al turismo e al patrimonio, nella creazione di specifiche “communities” digitali tra operatori nelle quali possano trovare momenti di incontro il mondo degli artigiani con quello degli artisti, quello delle imprese culturali con quello produttivo manifatturiero tradizionale. Può essere il terreno per sperimentare forme di “narrazione” capaci di spiegare in forme efficaci le “differenze” ed i “valori” dei territori, specie in una regione come quella marchigiana con una forte “biodiversità” culturale (dal paesaggio, all’insediamento, alle tipologie di beni culturali e anche di imprese) che ha spesso ostacolato un effetto massa necessario all’impatto mediatico.

È in questa direzione, quindi, che il progetto può offrire una ulteriore opportunità di sviluppo; in forme certamente campione e sperimentali, ma comunque significative per modificare alcuni ritardi del modello produttivo tradizionale.

Tentare di cercare un dialogo (di networking, come si dice oggi), quindi, tra impresa manifatturiera e impresa culturale può offrire occasioni di una nuova “distrettuazione” economica postmanifatturiera e postmaterialista, ma anche sviluppare un confronto, prevedibilmente più veloce e forse anche più semplice, anche se non scontato, tra imprese culturali e creative può favorire la capacità di penetrazione di questo nuovo modello nel territorio e l’implementazione di una “atmosfera creativa” fertilizzante, che alcuni economisti hanno definito “comunità di Gulliver”, cioè la creazione di un ambiente aperto, curioso, inclusivo e openminded, preliminare all’innovazione.

Questa operazione di networking, precisamente progettata nel programma di assistenza alle start up, può dunque favorire la crescita di sistemi di impresa misti, capaci di dialogare reciprocamente per sviluppare nuovi prodotti culturali.

Integrando la produzione tradizionale locale (nei settori nuovi, ma anche in quelli tradizionali, con grande attenzione per il food, nel quale le Marche hanno un grande patrimonio da scoprire) con la “narrazione” dei luoghi, trasformandoli in “brand” capaci di arricchire il carattere creativo del prodotto, la sua “aura” di qualità.

In definitiva sviluppando quello che oggi si richiede ai luoghi: avere una personalità, offrire “densità”, a prescindere dalle quantità e dalle dimensioni.

Progetto promosso e finanziato dai G.A.L. delle Marche 

nell’ambito del P.S.R. Marche 2007/13 - Asse IV - approccio LEADER - Misura 421 e in coerenza con i principi ispiratori del Distretto Culturale Evoluto della Regione Marche

Progetto gestito
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